Attraversando Lo Stretto Di Messina. . Photo By Swimmingtravel

Ho conosciuto Scilla e Cariddi

Scilla e Cariddi esistono e godono di ottima salute. Decidono loro quanto è lungo davvero lo Stretto di Messina. Se sono in buona, te lo fanno attraversare a nuoto anche in meno di un’ora. A noi c’hanno masticati per bene, schiaffeggiati con vento e onde, spostato l’approdo, dopo un’ora e tre quarti e quattro km a zig zag tra le correnti.

Ma se la tua traversata è iniziata a ottobre, coinvolgendo cinque amici in questa via di mezzo tra una bravata e una impresa, trascinando tua figlia, lei sì che sa nuotare, per la voglia di condividere una emozione unica, quando nei mesi si è andati avanti a sognare di essere lì in mezzo, nonostante problemi imprevisti, allora è la testa che ti fa decidere, più che il fiato: non saranno onde, vento e nemmeno meduse a fermarti.

Perché è così che è iniziata. Sì vabbè, ti piace nuotare, ma lo Stretto è una cosa a parte. Sai di altri che l’hanno fatto, chiedi e alla fine dici: “Si può fare”… Da sola no. C’è lei, che viene da due anni difficili, un virus antipatico, qualche infortunio, le soddisfazioni che stentano ad arrivare dalla sua grande passione per il nuoto. Più per farti contenta ti dice: “Ok si mamma, vengo”. E allora si va. Si forma rapidamente un gruppetto di amici nuotatori un po’ folli come noi… Follia sì, ma in sicurezza. Con un’organizzazione seria che sai che ti scorterà passo passo, prima e soprattutto lì, in mezzo alle correnti, con una barca ogni tre/quattro nuotatori. A Natale già Luciano Vietri e la sua Swimming Travel ci avevano confermato la nostra data: il 12 giugno!

Sei mesi per prepararsi al meglio, per allungare le distanze in piscina anche se sai che non sarà la stessa cosa. Sei mesi in cui mentre tua figlia ancora non è del tutto a posto pensi a che madre degenere sei a trascinarla. Sei mesi in cui, ora lo sai, qualsiasi difficoltà o incognita tu possa aver cercato di prevedere, e niente, Scilla e Cariddi, alla fine ti avranno sempre fregato. Lo Stretto non si può prevedere.

Siamo arrivati a Capo Peloro, la punta all’estremo Nord Est della Sicilia il giorno prima, sicuri che con una nuotata della vigilia ci saremmo tranquillizzati. Puniti dal mare, come Ulisse, ci siamo trovati davanti un tappeto di meduse, già dal bagnasciuga. E vabbè che hai la muta. Ma mani, faccia, piedi? Niente prova di nuotata, vedremo come sarà domani… le incognite aumentano. Il pomeriggio prima l’organizzazione raduna e fa conoscere l’intero gruppetto di “traversatori” arrivati da ogni parte d’Italia. Il brefing tecnico dovrebbe servire a rassicurarti: “Le meduse ci sono solo nei primi 200 metri”. Sì ma passaci in mezzo. “La Capitaneria di Porto veglia su di noi e ci blocca il traffico per tutto il tempo della Traversata”. Ma quel mercantile che sembra così vicino che ci fa lì? “ Passiamo poi all’eventualità squali….” Ah, caspita, quella non l’avevo considerata. Gli occhi di tua figlia sono diventati due lune piene di ansia. Affoghiamo le paure in una maxi granita pistacchio e mandorla.

È l’alba del 12. Alle 6 ti sveglia uno strano rumore. È il vento, forte, troppo, da subito. Non sarà una traversata come le altre, dicono gli organizzatori. E dire che a noi bastava una traversata normale, mica uno col vento di scirocco da sud a oltre 20 km all’ora. Ma ormai ci siamo. La barca con il gruppetto di mia figlia è quella col numero 1, i più veloci. Ci salutiamo, io e la mia compagna di bracciate, Laura, siamo con la 5. Forza Marta, ci rivediamo di là, ti penserò ogni minuto, al mio barcaiolo e alla piccola di famiglia, che mi segue dalla barca chiederò notizie di te tra una onda e l’altra, sei la mia forza. Poche ciance si deve andare. La Capitaneria è pure in dubbio se annullare tutto, ma alla fine si parte. Divisi in gruppi, si parte dalla spiaggia di Torre Faro al fischio e all’urlo “Barca 5, cosa aspetti, muoviti!”. Le prime bracciate servono per raggiungere il nostro barcaiolo ma si capisce da subito che il consiglio di nuotare a fianco del piccolo legno è difficile da seguire. Il vento lo fa scarrocciare e invece di toglierci onda ce ne crea di più. Io e Laura, affiatate, ci accodiamo alla nostra guida e iniziamo a nuotare in sincrono. Preferiamo stare vicine e picchiarci pure un po’ piuttosto che rischiare di essere separate da un’onda. Da subito, intorno, non vediamo più nessuno, oltre alla nostra barca. Da subito capiamo che non si tratta di nuotare, che il nostro passo in piscina è bello che dimenticato, qui si tratta di arrivare, in qualche modo. Zitta e nuota. L’azzurro diventa celeste. Il celeste diventa blu. Il fondo sparisce ingoiato dalla profondità. Ma sembra osservarti, illuminarti a volte con dei raggi di luce che risalgono dagli abissi, come proiettati da un faro misterioso laggiù. Oggi persino le meduse non hanno voglia di farsi frullare dalle onde. Di tanto in tanto se ne vede qualcuna, passare un metro o due sotto: sembrano quelle dei cartoni animati, con sfumature di lilla e tutte allungate a seguire le correnti. Già, le famose correnti dello Stretto, nate dall’incontro e scontro tra il Tirreno e lo Ionio. Di solito, ti hanno raccontato, sono loro, le correnti a trascinarti dall’altra parte. I nuotatori che cercano il record, aspettano il giorno delle correnti più propizie, si affidano ai barcaioli più esperti che sanno seguirle metro dopo metro. Il record della traversata lo detiene un diciottenne, Andrea Fazio che ci ha messo poco più di 30 minuti. Lo ha strappato al papà Nino, che oggi è sulle barche a vigilare su noi dilettanti allo sbaraglio. Ci pensi, mentre con Laura, di tanto in tanto, tiri il fiato, ascolti il fischio dalla barca che ti rimette in traiettoria, speri che ti porti su una corrente propizia anche se hai capito da un bel po’ che oggi di propizio non c’è nulla. Oggi non si va né con le correnti, né con il fiato, né tanto meno con tecnica e muscoli. Oggi conta la testa, solo quella.

Conta distrarsi a cercare di fotografare nella mente tutte le sfumature di questo blu – stretto, unico; conta ridere delle botte involontarie che continuiamo a darci con Laura “scusa, no scuta tu, vabbè facciamo che non ci scusiamo”. Conta scorgere la costa, lontana, e non pensare che sembra sempre più lontana. Ormai son qua, e mica mi faccio issare a bordo come un tonno. Io nuoto. Noi nuotiamo, c’è Laura con le sue unghie arancioni fluo che mi fanno da pesce pilota. Da qualche parte lo so, c’è mia figlia. Devo arrivare da lei.

Dalla barca ci incoraggiano: “Dai che non manca molto”. Quanto è “non molto”, esattamente? La muta sfrega sul collo e sotto il braccio: oggi bracciata a stile evaso più che libero.

Laura di tanto intanto allunga, ha più voglia di me di arrivare. Mi aspetta. Riandiamo. Il fondale qui è meno blu, la costa ora sembra più vicina. Ora è proprio quasi chiaro sotto. Sì, stiamo arrivando. La corrente ci ha spinto lontane dalla spiaggia d’approdo prevista. Sotto di noi, ora, banchi di acciughine e pure di aggraziate monachelle. Li vedo: gli scogli. È fatta. Sì vabbè, adesso pure i ricci, ci si mettono. Scansatevi un attimo. Io e Laura ci alziamo su una roccia e urliamo alla barca: Arrivate! Ci raggiunge subito il motoscafo con Luciano, l’organizzatore che sta controllando tutti gli arrivi. Mi urla: “Marta, è stata bravissima, ha emozionato persino me: è arrivata con i primi, voleva mollare. Non l’ha fatto.” La ritrovo poco più tardi, quando ci riuniamo. Stamani tremava, ora ha gli occhi che ridono. L’ho lasciata bambina, la ritrovo adulta. Lo Stretto si è portato via le sue e le mie paure.

Betta Carbone

Giornalista, triathleta amatoriale

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